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Reportage Gibuti 2010
 
 

Ecco il reportage dell'ultima Whale Shark Expedition che ha visto ISM alla ricerca degli squali balena in Djibouti. Djibouti, nome esotico che ha il sapore di Francia, di frontiera, di conquista; e che nasconde una terra potente, antica, capace di farti percepire a pieno l’energia di Gaia. Gli incontri con i balena riempiono di emozione questo viaggio.

 
 

E rieccoci davanti al computer, fuori nevica, e per fortuna la mia pelle ancora scura e tutte le foto archiviate mi confermano che la spedizione in Djibouti non è stata solo un sogno.
La cosa buffa è che in questo mare di ricordi e di sensazioni ancora non ben sedimentati nell’animo la prima cosa che affiora è “Ararì”. Non so cosa significhi e certamente non si scrive così, ma così suona e ha proprio il suono della felicità. Una sorta di inno alla gioia lanciato dai ragazzi del “Boreas of Katharina”, squisita barca con uno squisito equipaggio, ogni volta che si sale sui gommoni per andare a cercare le magnifiche creature che ci hanno spinto in questo spicchio d’Africa.

Incontro i miei compagni di viaggio strada facendo, nei vari aeroporti che segnano il viaggio; tappa dopo tappa, transito dopo transito il gruppo si costruisce. Un gruppo fatto di carissimi amici ritrovati, piacevoli conoscenze e nuove facce; un gruppo che vedo con piacere amalgamarsi immediatamente, unito dalla sana curiosità di lavorare con noi a questo affascinante progetto di foto-identificazione.

Saliamo a bordo e il capitano Pazzelli, uno di quei personaggi emblematici che solo il mare può regalarti, ci accoglie su quel Boreas che diventerà il nostro laboratorio galleggiante. Basta mollare gli ormeggi e iniziare a navigare verso la nostra prima rada per iniziare a sentire la magia di questo luogo, delle sue coste aspre, delle sue colate laviche immortalate nell’istante dell’abbraccio con il mare. E quel mare così ricco di vita, di quella piccolissima vita che intorbidisce l’acqua, offusca la vista ma al contempo è capace di portare ai nostri occhi questi animali così affascinanti, emozionanti, così conosciuti eppure così misteriosi.

Lo scopo nobile, il valore aggiunto del nostro viaggio, è fotoidentificare gli esemplari che incontreremo per carpirne i segreti, per scoprire chi sono, da dove vengono e dove andranno... le domande che ognuno di noi in fondo, anche senza misurare quattro metri circa, si è posto una volta nella vita; domande le cui risposte ci aiuteranno a proteggere meglio questi grandi migratori nei punti chiave del loro vagabondare.

Vi assicuro che essere pronti e scientificamente lucidi non è stato semplice, specie il primo giorno... concentrarsi su qualche brano di pelle mentre il cuore aumenta il battito ad ogni puntino bianco che da quell’acqua verde prende forma, e che da lì a poco si trasformerà nell’elegante sagoma di uno squalo troppo occupato a riempir la pancia per accorgersi di noi.

E noi restiamo li, quasi intontiti da tutta questa generosità, a tal punto che presto l’iniziale frenesia fotografica si trasforma in armonia, in silenziosa ammirazione di queste creature che oltre la curiosità scientifica risvegliano l’innato amore per la perfezione che madre natura infonde nelle sue creature. Ormai il gioco è fatto, l’emozione generata da questi incontri compatta il gruppo e rende i nostri viaggiatori desiderosi di conoscer sempre più questi animali, le loro meraviglie e la crudele realtà che grava sul “Pianeta Squali”. In questo modo persino le tante chiacchiere della tarda sera, dopo una lunga e intensa giornata, vengono affrontate con tanto entusiasmo, fino a che naturalmente la stanchezza non chiude gli occhi.

             

 

Di rada in rada, con i ricordi e le immagini che si accumulano, arriva il momento di toccare terra, di lasciare per un giorno quel mare generoso per caricarsi della grande energia della terra del Djibouti. Andiamo a visitare il lago Assal, il punto più profondo dell’Africa, frutto di una terra in continua trasformazione, la stessa terra della Rift valley, la terra che vide nascere il genere umano. E anche qui gli occhi non bastano a cogliere la bellezza di questo luogo; qui dove il sale, il vento e il tempo plasmano forme e paesaggi al confine tra sogni e realtà, la bellezza la percepisci con tutta l’anima. La giornata vola velocissima, come se i sensi affannati nel carpire quel luogo così distante dal viver cittadino non si fossero accorti del tempo che passava; e così ci ritroviamo nuovamente a cena, in barca, coccolati da un cuoco che qualcuno ha pensato anche di sposare per portarselo a casa, felici per ciò che si è vissuto, felici per ciò che si vivrà domani.

Domani arriva, è il momento di uscire dal Gubbeth per portare la prua verso casa, e decidiamo di visitare un altro luogo che ci fa capire quanto potere si nasconda sotto il pelo dell’acqua. Ci immergiamo nella pass che separa il golfo del Gubbeth da quello di Tadjura, piccolo passaggio sferzato da impetuose correnti che fan capire bene ai miei viaggiatori come soli trenta centimetri di marea abbiano la forza sufficiente per spedirci a circa due miglia e mezzo dalla barca.

 

           

 

Un'immersione che ci fa planare, veloci osservatori di un ambiente che ci ospita e ci ricorda la nostra natura terricola; un'immersione che ci va voltare le spalle all’isola del diavolo col sorriso di chi all’osservazione naturalistica ha aggiunto un pizzico di adrenalina.

E’ tempo ormai di ritornare a casa, organizzare borse, materiale fotografico e ricordi; per fortuna un aereo che tarda e un capitano premuroso ci regalano la possibilità di sentire ancora una volta “Ararì!”... Tutti sul gommone e via alla volta di Arta Bay e dei suoi particolarissimi ospiti. Questa volta senza muta, senza macchina fotografica, senza alcuna velleità scientifica; ma solo con pinne, maschera e la voglia di godersi la bellezza di un incontro. Finito ormai il lavoro, dedico egoisticamente l’ultima mattina di apnea ad apprezzare il valore più emozionale dell’incontro con gli squali balena.

Il rientro, i voli, gli abbracci finali e gli arrivederci volano via così veloci che mi ritrovo quasi istantaneamente qui, davanti al computer. Fuori nevica, ma per fortuna la mia pelle ancora scura e l’energia di quella terra e di quel mare mi ricordano che la spedizione in Djibouti non è stato solo un lavoro, ma un viaggio, un’esperienza che ha arricchito il mio tempo, il miei orizzonti e il mio spirito.

 

                           

 

Testo di Emilio Mancuso
Foto di Luigi De Bacco, Emilio Mancuso

 

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