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Una nuova spedizione porta ISM in Arabia, nello splendido dedalo di isolotti e reef sommersi dei Farasan Banks. L'animo del viaggio, duramente colpito dalla sfortuna, è stato ampiamente ripagato dalla generosità di questo mare ricco, autentico. |




| Proprio come insegna il mito della fenice, anche la nostra storia inizia tra le fiamme; purtroppo le fiamme nefaste che pochi giorni prima della nostra partenza hanno avvolto il m/y Dream Voyager riducendolo ad un ammasso di ricordi avvolti dalla fuliggine e da un telo azzurro. Fortuna che i ricordi sono ignifughi...i ricordi di quella barca che nel 2005 portò ISM ad iniziare quest’avventura saudita, e che a me regalò un sogno, un viaggio con magnifici compagni con quali ancor’oggi vedo nuovi orizzonti e con i quali spero di vedere imbiancare i miei capelli. E dalle fiamme del Voyager si alza un fumo nero e minaccioso che rischia di intossicare il nostro corso, è il fumo della burocrazia, degli uffici che vanno a rilento e dei visti dati e poi scomparsi con la scomparsa della barca.
Da questo fumo purtroppo ci salveremo in pochi....giusto io, Leonid e Fabrizio, corsisti che si troveranno insieme a me quasi profughi sul Miss Veena. Il corso parte ridotto ai minimi termini, per fortuna troviamo Stefano, compagno di viaggio pronto a trasformarsi in corsista, ed una barca, un equipaggio con i quali tanto ho condiviso e che da “profughi” ci trasformano subito ospiti graditi e compagni di ventura.
Finalmente salpiamo, lasciandoci alle spalle il porto di Al Lith, il relitto annerito del Voyager e tutte le fatiche iniziali; ma prima ancora che i jeans lascino posto al costume ecco che uno scossone ci toglie il sorriso, anzi cinque lunghi minuti di scossoni e sussulti e agitazione di Gnaki, uno dei baschi che poi allieterà il nostro viaggio, e che da quasi venti anni non ricordava di essere stato un bimbo epilettico....
Arriva il primo tramonto saudita a dirci che tutto è ok...che finalmente il sorriso può sistemarsi sul viso; le mute sono già umide e le immersioni di brown reef ci han tolto di dosso ogni pensiero ed ogni indugio, ormai tutto è in discesa. I baschi a bordo sono simpaticissimi, alcuni seguono anche i nostri momenti di approfondimento, incuriositi dalla strumentazione che utilizziamo si approcciano anche ai PowerPoint e alle chiacchiere serali. Tutti momenti che credo e spero i miei corsisti-viaggiatori abbiano apprezzato, e che anche questa volta con il loro coinvolgimento e il loro interesse hanno pienamente ripagato il nostro impegno nel trasformare una semplice vacanza in una esperienza di arricchimento. La calda estate trascorsa e più di un mese di vento costante da sud rendono l’acqua molto calda e molto torbida, come se le fiamme e il fumo della nostra fenice ci accompagnassero anche in acqua sfumando profili e sagome lontane; ma da queste sfumature compaiono reef di una bellezza ormai per noi conosciuta, ma in grado di lasciare sempre senza fiato.
La vita prosperosa e indisturbata dei Farasan ci accoglie e ci invita a lasciare una scia di bolle come unica fugace testimonianza del nostro passaggio; e dai quei reef immacolati, da quell’acqua torbida di plancton prendono corpo di volta in volta barracuda, squali grigi, una manta, uno squalo seta, tutti attori di un film nel quale ci troviamo immersi, e che rendono a me facile il compito di esserne voce narrante. In un crescendo di incontri, di emozioni e di esperienze come sempre il tempo passa troppo veloce; ed è già il momento di chiudere la valigia, di fare una doccia e di aspettare che Al Lith ricompaia all’orizzonte. Quand’ecco che all’improvviso, da quell’acqua torbida di plancton che ci separa dalle terra ferma, si sollevano quelle pinne che più di ogni sirena ci spingono a lanciarci in acqua con quel che abbiamo addosso, con la prima maschera trovata per distinguere dal blu profondo l’eleganza punteggiata di due squali balena. |
Delicati e tranquilli si lasciano ammirare da un banco di snorkelisti eccitati intenti a seguirli, a fotografarli, a scolpire nei loro occhi e nei loro ricordi quell’incontro sensazionale, che scopro dopo essere il primo grande incontro per alcuni dei miei compagni di viaggio.
Dopo più di un’ora di fiatone, che nell’animo sembra esser durata un minuto, siamo costretti a tornare alla realtà del rientro, a un’altra doccia che ci tolga dalla pelle la voglia di ributtarci in acqua, che addolcisca quella punta di amaro che si ha nel sapere che tra qualche ora tornerà il freddo sulla pelle.
E così come è iniziata, finisce nelle fiamme questa storia, nelle fiamme benevole che accendono la brace del narghilè che fumo chiacchierando con Adriano. Seduti nella Jeddah vecchia, fuori da un piccolo bar colmo di gente che esulta ad ogni goal della loro squadra di calcio; e quell’aria torbida di bianco che mi esce dalla bocca, unita alla gioia dei tifosi subito si mescola al ricordo di quell’acqua torbida di plancton e alla gioia dei nostri viaggiatori. |
Testo di Emilio Mancuso Foto di Emilio Mancuso, Andrea Maggioni, Leonid Mutti |
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